martedì 23 giugno 2020

Recensione: Stepsister, di Jennifer Donnelly

Titolo: Stepsister - Sorelle di sangue
Autore: Jennifer Donnelly
Pagine: 468
Prezzo: 18,00€
Casa Editrice: Mondadori
Data di uscita: 23 Giugno 2020

Trama:
In un mondo dove una ragazza può essere solo brava, obbediente e soprattutto bella, non c'è posto per giochi di guerra e corse a cavallo: ovvero per tutte le cose che Isabelle ama. Quando, costretta da Maman, si mozza le dita dei piedi per farle entrare nella scarpetta e aggiudicarsi il matrimonio con il principe, Isabelle viene scoperta. E al suo posto viene scelta Ella, la sorellastra buona, la perfetta Cenerentola delle fiabe. A Isabelle resta solo la vergogna più nera e l'ostilità di tutta Saint-Michel. Ma è proprio vero che il destino di una sorellastra "cattiva" è vivere ai margini e che l'unica strada possibile è quella dell'infelicità? Il marchese de la Chance non la pensa così e forse l'unica cosa che può salvare Isabelle è capire che per tutte c'è una possibilità, e che la vera bellezza è scegliere la propria strada e percorrerla senza voltarsi indietro. Questa è una fiaba oscura. E una fiaba crudele. E una fiaba da un altro tempo, un tempo in cui i lupi restavano ad aspettare le bambine nella foresta. Quel tempo è ormai passato. Ma i lupi sono ancora qui e sono due volte più scaltri. Le bestie rimangono. E la morte ancora si nasconde in una spolverata di bianco. E crudele per qualunque ragazza che smarrisca il sentiero. Più crudele ancora per una ragazza che smarrisca se stessa. Sappi che è pericoloso allontanarsi dal sentiero. E tuttavia è molto più pericoloso non farlo. 


Voto: 3.5/5
(Quanto è azzeccato il rating per un retelling di Cenerentola???)

Recensione:
Potevo mai tirarmi indietro quando si tratta di un retelling di Cenerentola? Ovvio che no. Però prima precisiamo una cosa: è un retelling fino lì. Non ci hanno mai raccontato, nella fiaba originale, esattamente cos'è successo alle sorellastre una volta che Cenerentola sposa il principe (qualche vago accenno, "andarono lontano e non tornarono più nel regno" e via dicendo) quindi questa è una storia completamente nuova. È condizionata dall'antefatto, Isabelle si è tagliata le dita dei piedi per poter entrare nella scarpetta, ma tutto quello che succede di seguito è veramente inaspettato.

Ho a casa un altro libro di Jennifer Donnelly ma non l'ho ancora letto, quindi non sapevo davvero cosa aspettarmi da questa autrice. Mi ha sorpresa: non tanto nello stile, che comunque rimane molto scorrevole e piacevole, ma quanto per il twist che è stata in grado di pensare per le sorellastre.

La nostra protagonista è Isabelle, solo una delle due (infatti il titolo è al singolare), e la sua vita dopo il matrimonio di Ella con il principe ha preso una piega diversa da quella che la madre sperava per lei. A Saint Michel tutti le odiano, le sorellastre brutte, per quello che hanno fatto passare negli anni alla principessa gentile. La storia è ovviamente più complicata di così, perché l'odio (o, in questo caso, direi piuttosto la gelosia) non sono sentimenti semplici e hanno tantissime sfumature.

Jennifer Donnelly però non ci parla solo di Isabelle, ma introduce personaggi che conducono il gioco molto più di quello che si pensava. Il Marchese de la Chance e il Fato hanno lo zampino nella storia di Isabelle, ma alla fine... ogni uomo è artefice del proprio destino, o no? Questo aspetto particolare della storia mi ha reso dubbiosa in un primo momento ma poi devo dire che mi è piaciuto, perché le dinamiche sono abbastanza complicate e aggiungono un livello ulteriore oltre alla storia che ci era stata promessa.
La sorella Octavia, Tavi come diminutivo, è un altro personaggio molto interessante: è più interessata alla scienza e ai libri che ad un marito e lo esclama chiaro e forte a chiunque glielo chieda. Mi è sembrata una bella aggiunta per essere ambientato nel passato. Ho qualcosa da dire sul carattere delle sorellastre, e lo vedrete infondo alla recensione, ma secondo me Tavi meritava più spazio e più occasione di spiegare le sue stesse azioni.

La storia è piuttosto cupa, viene etichettato come un retelling dark, ma vi rassicurerei sul fatto che ci sono libri molto più spaventosi di questo. L'autrice incorpora elementi fantastici oscuri e imprevedibili e anche se di sicuro la situazione in cui le sorelle si trovano non è rosea, il libro rimane comunque molto accessibile.

Ho solo due appunti da fare. Sono sotto esami e leggo veramente pochissimo e ho trovato soprattutto l'inizio un po' lento e quindi mi sono dovuta un po' sforzare i primi giorni per aprire il kobo e leggere, ma l'ho catalogato come fatto fisiologico perché in effetti capita che molti romanzi ci mettano un po' ad ingranare.
La seconda è che secondo me hanno ridotto un po' il carattere delle sorellastre: vengono chiamate sorellastre cattive per un motivo e invece nel giro di qualche pagina vengono spiegati anni di silenzi davanti alle torture della matrigna e avviene un character development molto veloce, quasi come se in realtà non fossero mai state partecipi della cosa. Mi sarebbe piaciuto vedere qualche riflessione in più sul loro comportamento o qualche ricordo dal passato in più.

Nel complesso però mi sento di consigliarvelo se amate i retelling (o per lo meno le storie ispirate alle fiabe), se siete curiosi di questioni come fato e fortuna e se magari segretamente avete sempre sperato che ci fosse di più dietro le sorellastre di Cenerentola.

sabato 1 febbraio 2020

Netflix | Anne with an E #3 - I parallel

Questo è l'ultimo post della serie dedicata ad Anne with an E! Qui trovate il primo e il secondo, e se invece volete vedere le storie che ho fatto in proposito le ho salvate sul mio profilo instagram (@nu_angelica).

Siccome, come avete avuto modo di capire, mi era presa un po' male dopo la cancellazione della serie, non ho fatto altro che riguardare l'ultima ma anche le prime due stagioni da novembre ad oggi. Così facendo non ho potuto fare a meno di notare quanti piccoli parallel e quanti riferimenti alle precedenti stagioni Moira Walley-Beckett, la sceneggiatrice/produttrice, avesse inserito nella terza stagione. Ecco quelli che ho personalmente notato io e che mi stanno più a cuore. Chissà che voi non ne abbiate trovati altri!

ATTENZIONE AGLI SPOILER

1. Robin's egg blue dress

Nella prima stagione, quando Anne parla del suo colore preferito, dice tra i tanti che si tratta di quel particolare azzurro che hanno le uova di pettirosso. Poi Matthew le compra il famoso vestito, che ovviamente è di quel colore. Ma quello che veramente mi ha uccisa è stato che Marilla, nell'ultima stagione, quando compra la stoffa per i vestiti che Anne porterà con sé al college non compra la solita stoffa marrone, ma la compra verde e... blu? Ma non veramente blu, una specie di color petrolio che nella mia mente è stato subito classificato come la versione cresciuta dell'azzurro che Anne aveva chiesto per il suo primo bel vestito. Aspettate che vado a piangere nell'angolino e torno.

You are a wish come true I never knew I was making

2. La morte di Mary e quella del padre di Gilbert

Sicuramente una delle scene più dolorose della prima stagione è quella riguardante la morte del padre di Gilbert e il litigio che Anne e Gilbert hanno subito dopo. Lei lo insegue per un po' e quando lo raggiunge gli dice che comunque è fortunato rispetto a lei che è sempre stata orfana... okay Anne, magari non proprio la cosa esatta da dire. Invece, nella terza stagione, con la morte di Mary Anne ha completamente cambiato atteggiamento. In una scena che rispecchia moltissimo quella precedente Anne cammina di fianco a Gilbert, gli parla e lo rassicura, ed è lui che la segue ad un certo punto. Per non parlare poi dell'abbraccio finale, diametralmente opposto alla litigata che avevano fatto nell'altra scena. 

3. Penpals

Io non so se voi ve la ricordate la seconda stagione. Era inizia super noiosa, per me, con tutta la questione dell'oro ad Avonlea e poi si era molto risollevata col ritorno di Gilbert e l'arrivo di Miss Stacey. Delle prime puntate però possiamo ricordare come Anne, alla notizia del possibile oro, aveva scritto a Gilbert una lettera. Lui le aveva risposto. Diana, dopo questo scambio di lettere e vista la perplessità di Anne che riteneva assurdo che Gilbert non tornasse per l'oro, ipotizza che lui voglio diventare suo amico di penna (penpals), in modo che possano continuare a scriversi. Poi non dimentichiamo il primo, inconfondibile, segno che Anne provasse già qualcosa per Gilbert: Diana vuole dare la lettera a Ruby in modo che possa piangerci sopra ("for her to cry over!") ma Anne fa una faccia strana e quindi Diana è costretta a ritrattare ("unless you want it..."). Adorabile.
Quando nell'ultima puntata della s3 Gilbert dice ad Anne di non poter restare, perché lo attendono all'Università di Toronto, entrambi contemporaneamente esclamano "Penpals?" (non chiedetemi come lo dicono in italiano, l'ho visto in inglese, ma penso di aver reso l'idea). LO VEDE QUESTO PARALLEL?

4. "But if I wanted to kiss a boy, couldn't I just... kiss him?"

In una specifica scena della prima o seconda stagione, Anne chiede a due imbarazzatissimi Marilla e Matthew, le cui relazioni sentimentali sono state chiaramente quasi inesistenti, come sia un bacio. Tra le tante questioni che si pone Anne in realtà quella dei baci è abbastanza ricorrente: pensa sempre che nessuno la bacerà mai. Tutti le ripetono che quando qualcuno la amerà, sarà in quel momento che verrà baciata. Ma Anne obbietta, chiedendo se non possa essere lei stessa la prima a baciare una persona. E COSA FA NEL FINALE? Dopo che Gilbert le chiede "Do you really have feelings for me?" lei invece di rispondergli a parole prende e lo bacia, come risposta. Finalmente. Grazie Anne, sei tutti noi. Che ship.


Ho finalmente finito di rompervi le scatole con questa serie (qui sul blog almeno, sui social non posso garantirvi altrettanto). Sono davvero curiosa di sapere se voi avete notato altre cose (ce ne sono mille, ma non potevo includerle tutte e queste mi sembravano molto significative) e soprattutto quale serie ossessiona VOI!

mercoledì 29 gennaio 2020

Netflix | Anne with an E #2 - I motivi per cui la storia non è conclusa

Nel primo post di questa breve serie, vi ho parlato un po' della cancellazione di questa bellissima (per me) serie e di tutto quello che i fan stanno facendo per salvarla. Su quel fronte non ci rimane che incrociare le dita! Io però oggi sono qui a parlavi meglio dei motivi per cui, evidentemente, la serie non era conclusa, anche se Netflix ha pensato il contrario. 
Vi avviso: CI SARANNO SPOILER, sulla terza stagione e ovviamente anche sulle precedenti. Mi dispiace ma per l'argomento non era possibile non spoilerare nulla. Spero che non vi crei troppi problemi e se non l'avete ancora vista... andate e guardatela tutti (e poi tornate a dirmi cosa secondo voi andava concluso!)

***

Ricordate che Moira Walley-Beckett aveva in programma una storia spalmata nell'arco di 5 stagioni, per cui non tutto rimane aperto ma di sicuro la storia che voleva raccontare non era conclusa. Soprattutto, ripetiamo insieme: non è che siccome i due protagonisti si sono finalmente baciati la storia è da considerarsi conclusa. La ship non è tutto.

1. La storia di Ka'kwet 
Non solo quella di Ka'kwet era una storia interessante, per quanto orribile, e struggente, ma meritava di ricevere una conclusione, bella o brutta. Ka'kwet diventa Anna/Hannah (interessante riferimento ad Anne, che abbia chiesto lei questo nome?) e sebbene tutti conosciamo il destino di questi bambini, di certo non roseo, la sua storyline meritava di essere conclusa. Per me Ka'kwet rimarrà sempre lì, a picchiare il pugno sulla finestra, mentre i genitori dormono nel bosco, minacciati da persone che avevano promesso solo cose buone per la loro figlia.

2. Il College e Diana
Pensate a quanto Anne è riuscita a conquistare solo stando nella piccola, adorabile, Avonlea. Ha lottato per l'uguaglianza per Cole, ha difeso Josie Pye con tutta sé stessa perché sapeva che quello che la ragazza aveva subito era sbagliato, ha protestato davanti a uomini bigotti e arretrati, ha trovato la sua vocazione di diventare insegnante, ha riempito la casa dei Cuthbert con stramberie e amore... vi immaginate non poter sapere cosa la attenderà al college? Che, quasi per definizione, è il posto in cui le menti si aprono e si cresce? So che la nostra Anne era già determinata e coraggiosa, ma tutte le persone che potrebbe conoscere al college e tutto quello che potrebbe capitarle è un campo pieno di possibilità! Moira avrebbe grandi cose da farci vedere, ne sono sicura.
In più, questo è l'unico adattamento ad oggi in cui Diana riesce a convincere i suoi genitori a lasciarla andare al Queen's College! So che non tutti erano favorevoli a questo cambiamento ma secondo me la bellezza di questa storia è anche il fatto che possa essere adattata a tante generazioni diverse, e il fatto che Diana prenda in mano il suo destino perché sente che fare la moglie non faccia per lei è molto interessante. Non c'è niente di male a volersi sposare, ma non c'è niente di male a voler sperimentare questo tipo di libertà e volersi creare un futuro indipendente.

3. Le lettere
Non so voi, ma io ho imparato a memoria la lettera di Gilbert (se qualcuno mi dice dove trovare uno come lui sono pronta a correre). Ma il fatto che non le abbiano mai lette significa che: 1. Nessuno dei due ha detto "ti amo" all'altro, perché Anne aveva scritto letteralmente "I love you" e Gilbert "You are the fond object of my affection and my desire. You and you alone are the keeper of the key to my heart", che è la versione alla Anne di qualsiasi tipo di dichiarazione d'amore (e vi giuro che l'ho saputa scrivere a memoria senza sbirciare l'originale); ma soprattutto 2. GILBERT NON LE HA CHIESTO DI SPOSARLO. Sempre nella suddetta lettera Gilbert diceva "I am not engaged, nor will I be, unless it is to you Anne, my Anne with an e. It always has and always will be you." Yep, a me suona come una mezza proposta. Siamo stati derubati del momento in cui Anne avrebbe sentito/letto quelle parole DUE volte: dalla scena della distruzione della lettera e poi dalla cancellazione.

4. Bash
La questione di Bash per me è molteplice. Innanzitutto dobbiamo ricordarci che Bash non ha ancora saputo che Anne e Gilbert si sono ritrovati, per cui siamo stati derubati di un altro balletto accompagnato da un "te l'avevo detto". In più nella seconda parte della stagione, dopo la dolorosa morte di Mary (non ce lo meritavamo) mi è parso che stessero spingendo lui e Miss Stacey l'uno nelle braccia dell'altro e, sinceramente, non mi dispiacerebbero come coppia. Miss Stacey cercava qualcuno che potesse essere avventuroso come il marito defunto, e sicuramente è l'unica ad Avonlea della sua età che potrebbe stare con una persona di colore a questo punto della storia, e Bash sembrava così perso, giustamente, dopo la morte di Mary mentre con Miss Stacey sembrava aver trovato qualcuno che lo capiva.
Per non menzionare il fatto che ci meritavamo anche di vedere crescere quella bambina stupenda, mannaggia.

Inoltre, le ragazze dovrebbero poter trovare le risposte a quelle certe domande che avevano per Gilbert a metà stagione. Ma questa la lascio qui così, senza spiegare oltre.

Insomma ragazzi, c'è solo una cosa buona di questa cancellazione.
E mi riferisco a ciò che succede a Matthew nel primo libro della serie, che qui non è ancora accaduto, grazie al cielo.

Voi avete qualche altra storyline da suggerire?

domenica 26 gennaio 2020

Netflix | Anne with an E #1 - La cancellazione

Questo primo post è spoiler-free! Il #2 e il #3 purtroppo non lo saranno, ma magari leggendo questo inizierete la serie e quindi non avrete poi problemi, chissà...

Se mi conoscete, o mi seguite su instagram, vi sarete accorti che sono un po' in fissa con Chiamatemi Anna. Come lo sono stata dopo aver finito la prima stagione. E la seconda. Ahimè. Perché è stata cancellata da Netflix e dalla CBC.

Visto che so molto più di quello che dovrei (entro in alcune fase ossessive con le cose che mi piacciono in cui penso solo a quello - sono una fangirl in pratica, come se non lo sapessimo già) vi spiego un po' la situazione ma soprattutto vi voglio parlare della serie e del perché la terza stagione è la migliore fino ad ora, comprese tutte le cose che ho notato.

Essenzialmente la serie è co-prodotta da Netflix e da una rete televisiva canadese, la famosa CBC. Infatti l'accordo prevedeva che la serie andasse in onda un anno in anteprima sulle tv canadesi (come è stato con la prima e con la terza) e un anno su Netflix (come è stato per la seconda, e sarebbe stato per la quarta se non l'avessero cancellata). Ora, il motivo dato per la cancellazione è stato che la serie non raggiungeva abbastanza visualizzazioni per portarla avanti. Onestamente a me sembra ridicolo perché non solo questa valutazione è stata fatta solo per le views canadesi (quando invece quelle di Netflix erano mondiali quindi coprivano un più ampio spettro di pubblico) ma anche senza alcun tipo di pubblicità da parte di Netflix la serie ha conquistato tantissimi fan. Fan che ancora ad oggi portano avanti l'hastag #renewannewithane su twitter con più di 11 mila tweet dalla cancellazione (sì, li seguo tutti i giorni dal fatidico 26 novembre), hanno parlato con ogni costumer service possibile e immaginabile (possibile che Disney+ sia interessato a portare avanti Anne?) e hanno addirittura finanziato un cartellone pubblicitario a Toronto per pubblicizzare la serie, e ieri e oggi anche a Times Square ce n'è uno (quello nella foto). Non ho mai visto tanta devozione da parte di un fandom. Non ce la meritiamo questa cancellazione.

Ad ogni modo, io penso onestamente che la terza si sia dimostrata all'altezza delle prime due e le abbia addirittura superate. Moira Walley-Beckett, la creatrice della serie, ha costruito una storia basata su dei classici meravigliosi adattandola con delle tematiche che stanno a cuore anche a noi oggi e non mi ha affatto delusa. Ci sono adattamenti più fedeli, come i film degli anni '80, ma adattarli anche ad una nuova generazione secondo me non è stata una scelta sbagliata.
Ma non solo per i temi, Moira è da elogiare per come è riuscita a rendere coese tre stagioni e far chiudere il cerchio su determinati momenti che - con i miei numerosi rewatch - non ho potuto non notare. Solo che questa non era decisamente una stagione finale.

Anche diverse celebrity hanno abbracciato la causa dei fan riconoscendo la bellezza della serie. Ryan Reynolds (sempre sia lodato) ha twittato direttamente a Netflix la sua opinione sulla cancellazione e anche Sam Smith ha detto che l'ha iniziata e la sta amando.

Ora, questo è il primo di una serie di 3 post. Vi ho parlato un po' della cancellazione e delle cose che stanno succedendo nel fandom ma vorrei poi parlavi di alcuni altri argomento. Nello specifico fare un piccolo elenco del perché secondo me diverse storyline sono rimaste aperte e invece di parallel che ho notato con le altre stagioni che mi hanno provato quanto Moira avesse pensato veramente alla serie come una cosa unica e non stesse scrivendo solo delle stagioni a sé, e quindi chissà cosa sarebbe ancora potuto venirne fuori.

Magari non vi interessa ma è un argomento che a me sta molto a cuore e ho in programma anche delle storie su Ig che possano accompagnare questi post. Spero che mi seguiate e che magari abbiate voglia di raccontarmi cosa pensate voi di Anne with an E!

#renewannewithane

lunedì 13 gennaio 2020

Recap Libri 2019!

È talmente tanto tempo che non aggiorno il blog che non so quasi neanche più come si fa. Ma ci tenevo a fare una somma di quello che ho letto nel 2019, perché anche se non ho postato molto qui su instagram sono sempre attiva (parlo di libri, serie tv e ultimamente dell'altra mia grande passione, i musical - mi trovate @nu_angelica) e non ho di certo smesso di leggere!

Il 2019 mi ha portato ad iniziare la magistrale a Venezia che, vi dirò, non mi sta soddisfacendo troppo. È che mi manca molto Milano, e il viaggio costante su italo sembra sempre infinito quando lo fai troppo spesso. Non solo, ma ho anche iniziato uno stage in una piccola casa editrice! Per cui non ho raggiunto il mio obbiettivo di Goodreads (dovevo leggere 55 libri, ma ne ho letti "solo" 44) ma mi sarei avvicinata molto di più se avessi potuto includere libri che in realtà non sono ancora usciti. Comunque posso dire di essere abbastanza soddisfatta delle mie letture, perché non mi sono posta troppi paletti e ho lasciato a metà più libri di quanti avrei voluto, ma perché obbligarmi (quando stavo già leggendo poco) a leggere cose che non mi stavano entusiasmando?

Voi invece che anno avete passato? Che tipo di letture avete fatto? Qualche genere nuovo che avete esplorato o qualche autore nuovo che avete scoperto?

I libri che ricordo con più affetto letti nel 2019 sono sicuramente due serie:

The Winner's Trilogy, di Marie Rutkoski
Questa trilogia non solo mi ha sorpresa (avevo il primo libro da anni in libreria e non l'avevo mai neanche sfogliato) ma mi ha proprio catturata al punto da non riuscire a smettere di leggerla. È stata una delle prime letture fatte a Venezia e una delle mie coinquiline può confermare che sono stata sveglia fino a notte tarda per finire il terzo volume. Non solo, ma poi l'ho anche contagiata e ora pure lei non riesce a smettere di pensare a QUELLA scena del secondo libro (il punto più alto della serie, se chiedete a me. C'entra dell'olio ma non si tratta di sesso, non vi dico altro).


The Renegades Trilogy, di Marissa Meyer
La seconda serie è questa. Sapete tutti benissimo su questo blog che la Meyer è, e rimarrà sempre, una delle mie autrici preferite anche solo per il fatto di aver prodotto le Cronache Lunari. Non penso che Renegades sia all'altezza della sua prima serie ma, quando ho letto l'ultimo volume, mi sono riscoperta più investita nella storia di quanto mi era parso leggendo i primi due libri. Sono rimasta piacevolmente sorpresa e non escludo la possibilità di rileggerla tra qualche tempo.

Un'altra cosa che ho amato è stata una graphic novel:

Il principe e la Sarta, di Jen Wang
È stata la graphic novel più bella dell'anno (non che ne abbia lette molte) ma che ha scatenato la lettura di un altro paio di fumetti che avevo in casa e che mi sono veramente piaciuti. Certo, la storia della Wang trionfa su qualsiasi altra cosa io abbia letto in ambito graphic novel, ma spero di continuare a leggerne anche nel 2020.

Visto che parlare di ciò che non mi è piaciuto non mi piace molto, vi menziono solo un paio di titoli. Uno è la serie di The Raven Boys che ho finalmente finito, a forza. Ho recuperato gli ultimi due volumi con delle amiche ma veramente perché mi sono sforzata. Se mi chiedete in questo istante cosa diavolo succede negli ultimi due volumi, non ve lo so dire.

L'altro ve lo dico sottovoce perché, ahimè, è stata una grande delusione:

King of Scars, di Leigh Bardugo
Vi dico che è stata una delusione perché era probabilmente il libro più atteso del 2020 per me (insieme a Queen of Nothing), perché se c'è un personaggio che ho amato sopra tutti gli altri nella Grisha Trilogy era sicuramente Nikolai, che è il protagonista di King of Scars.
Quello che ha combinato la Bardugo con il mondo magico non mi è piaciuto, poteva fare qualcosa di più originale e meno trito. Conservo delle speranze solo perché la storyline dei personaggi rimasti a palazzo e dell'intrigo di corte invece mi è piaciuta e il plot twist finale sul futuro di Nikolai è secondo me interessante, se sviluppato bene. Leigh ti prego, ti supplico.

Ora vi lascio, spero che la settimana cominci bene per tutti e buone nomination!

lunedì 4 novembre 2019

Recensione: L'Estate di Sunny, di Jennifer e Matthew Holm

Anche se ho letto sia il primo che il secondo volume la recensione è totalmente spoiler free!

Titolo: L'estate di Sunny
Autore: Jennifer L. Holm and Matthew Holm
Pagine: 224
Prezzo: 15, 50 €
Casa Editrice: Il Castoro

Trama:
Per Sunny questa sarà un'estate diversa: in Florida, con il nonno. Sunny ha grandi piani, dopotutto la Florida è la casa di Disney World! Ma il posto dove vive il nonno non è un proprio un luna park. Anzi, è pieno di persone vecchie. Davvero vecchie! Per fortuna c'è anche Buzz, un ragazzino totalmente ossessionato dai fumetti con cui Sunny vive mille avventure tra alligatori che mangiano palline da golf, gatti fuggiaschi e misteriose sparizioni di vicini. Ma il mistero più grande rimane... perché Sunny si trova in Florida? La risposta è nascosta in un segreto di famiglia che non rimarrà segreto tanto a lungo... 
Voto: 4/5

Quando ho recuperato due anni fa a Bologna il primo volume in inglese di questa graphic novel non gli avevo dato troppo peso. Sembrava carina ma poi l'ho persa di vista nelle librerie e non l'ho ritrovata finché quest'anno a Bologna sono riuscita a recuperare il secondo volume e mi sono imposta di leggerle entro la fine dell'anno. 

Avendola iniziata senza quasi leggere la trama non sapevo veramente cosa aspettarmi e devo confessare che mi ha molto sorpresa. 

Parliamo un attimo dei disegni, che sono opera di Matthew Holm. Non solo Sunny risulta immediatamente simpatica, ma ogni personaggio ti comunica immediatamente qualcosa appena lo vedi apparire sulla pagina. Lo so che sembra ovvio da dire, ma in realtà a me con alcune (poche) graphic novel che ho letto i personaggi risultavano piatti... che è anche il motivo per cui ne ho letti pochi. Non sono i disegni più elaborati che abbiate mai visto, ma Holm ha uno stile molto distinto e adatto al pubblico a cui il fumetto è rivolto. 

Poi io non lo sapevo ma ero sinceramente convinta che Jennifer e Matthew Holm fossero marito e moglie, e invece no! Sono fratello e sorella, artista e autrice rispettivamente. In più si sono ispirati proprio ad una vicenda della loro infanzia nello scrivere Sunny side up e i tre seguiti, cosa che mi ha fatto molto riflettere perché ovviamente c'è tutta una consapevolezza in più nel parlare di Sunny e di quello che le succede.

Infine non voglio spoilerarvi il tema, ma posso dirvi che per me è stato sia inaspettato che trattato molto bene seppur con leggerezza dato il target a cui gli autori si rivolgono.
Il primo volume, che in italiano è "L'estate di Sunny" è stato pubblicato questa estate da Il Castoro, se vi capita di trovarlo in libreria sfogliatelo e magari dategli una possibilità!

giovedì 24 ottobre 2019

The Politician | Netflix

Qualche settimana fa ho visto, tutto d'un fiato, The Politician su Netflix. È un po' che ho nelle bozze la recensione in cui ve ne parlo quindi vediamola!


La prima cosa che mi viene da dire se penso a ciò che ho appena visto è che The Politician è un po' strano. La seconda è che di solito io non vi parlo granché di serie tv, nonostante io ne guardi molte.
Forse perché non sono tanto capace di parlarvi di serie tv in maniera costruttiva ma sicuramente mi piacciono molto e qualcosa nel corso di tutti questi anni di visione l'avrò pure imparata.


The Politician è la storia di un egomaniaco, che però a tratti sembra una persona gentile e invece in altri momenti sembra un sociopatico. Salta alla mente la scena in cui gli viene chiesto se ha pianto perché il finale del film era triste o perché tutti piangono alla fine di quel film e lui risponde "Cosa importa?". Allo stesso tempo però la serie riesce a risultare divertente, triste, fuori di testa e incredibile, tutto nel giro di 40 minuti. Questo credo sia merito di Ryan Murphy, che aveva operato la stessa magia in Glee. Si ringrazia Murphy anche per le scene esteticamente bellissime e simmetriche, che tutti quelli con un po' di OCD apprezzeranno.

Non solo, ma riesce anche ad essere un momento comico, o tragicomico per meglio dire. Tutti i personaggi hanno i loro problemi e sicuramente le situazioni sono drammatizzate fino al ridicolo.


Ora però vorrei parlarvi un pochino del cast. Sono sicura che tutti conoscete già Gwyneth Paltrow, ma anche Jessica Lange o Zoey Deutch. Il mio preferito è però proprio Payton, il protagonista, che è interpretato da Ben Platt. Ben Platt non solo è un bravo attore (lo avevamo visto, poco, in Pitch Perfect e per chi è riuscito ad andare a Broadway in Dear Evan Hansen, ma qui si conferma veramente impressionante in un ruolo che deve essere stato sia divertente da interpretare ma allo stesso tempo complesso) ma è anche un cantante. È la voce straordinaria di Evan ma è anche un artista che, proprio a marzo di quest'anno, ha rilasciato il suo primo album. Andatelo ad ascoltare e non ve ne pentirete. Ryan Murphy di questo è più che consapevole e infatti Payton ci regala qualche canzone all'interno degli 8 episodi che saranno disponibili nei prossimi giorni su tutte le piattaforme.


Che dire, se non che attendo la prossima stagione? Il finale sicuramente è interessante e ho letto che proprio in queste settimane si dovrebbe iniziare a parlare del seguito.

E voi, l'avete vista?

venerdì 4 ottobre 2019

Intervista a Jay Kristoff! | 28 Settembre


Ciao a tutti! Se mi seguite su instagram lo sapete già: insieme ad altri blogger sabato ho avuto la grande opportunità di intervistare Jay Kristoff a Milano! Sicuramente avete già sentito parlare della trilogia di Nevernight, ma magari in questa intervista scoprirete qualche curiosità di cui non avevate idea... cominciamo?



“Partendo dall’inizio, come è nato l’idea del mondo di Nevernight e come si è sviluppata nei tre volumi?”
Ero fuori con gli amici alla vigilia di Capodanno e due mie amiche hanno iniziato a discutere su una parolaccia, la C-bomb (cunt, cioè i genitali femminili), in particolare su se fosse offensiva o meno. Io ne sono rimasto fuori ma l'ho trovato molto interessante, ho trovato interessanti i loro punti di vista. Mi è rimasto impresso nella memoria e quando sono andato via, qualche giorno dopo, ho scritto una scena che poi è la scena alla fine del capitolo 5 di Nevernight in cui Mia e Tric hanno la stessa discussione. E alla fine di quella conversazione non sapevo veramente chi fosse Mia e quindi ho scritto un libro intero per scoprirlo. Parlando invece dell'ambientazione io sono un grande nerd per la storia dell'antica Roma e in particolare della dinastia Giulia. Di conseguenza era un'era di cui non avevo ancora parlato ma di cui sapevo tanto e potevo usare tanti dettagli storici che conoscevo e metterli nel setting. Ho iniziato a pensare a Giulio Cesare, un famoso generale che si è ribellato, e lui ebbe successo nella sua ribellione e il personaggio di Mia è stato quasi un esperimento basato su cosa sarebbe successo alla famiglia di Giulio Cesare se la sua ribellione non fosse stata un successo. Lui aveva una moglie e una figlia e mi sono chiesto cosa sarebbe successo loro.

“Perché hai voluto iniziare la serie di Nevernight comunicando subito ai lettori la morte della protagonista facendo così un spoiler sul finale?”

Perché sono... cattivo? Penso di aver voluto dare da subito l'idea che lei fosse una figura leggendaria e che persone che conducono una vita così violenta alla fine muoiono in maniera violenta. Volevo creare nel lettore l'idea che il viaggio che stava affrontando aveva una fine definita, che il personaggio di cui il lettore in teoria si sarebbe dovuto innamorare sarebbe morto, creando un senso di anticipazione e di paura su come sarebbe successo. Era un modo per rendervi emozionati per la storia, per farvi capire che nessuno nella storia era salvo, che se la protagonista può morire tutti possono morire. E io, perché mi piaccia un libro, devo di solito essere spaventato per il personaggio, devo essere un po' spaventato all'idea di girare la pagina perché non so se voglio sapere cosa accadrà. Era un modo per dare un senso di anticipazione, paura e emozione nel lettore... e perché sono cattivo.


“Quando hai finito di scrivere la trilogia cosa hai provato, ma soprattutto avevi idea del grande successo che avrebbe avuto?”
Mi sono sentito triste quando l'ho finita. Credo che questa sia la terza trilogia che ho finito e non sono mai triste, sono sempre emozionato per il prossimo progetto che devo cominciare. Sono emozionato ora per la nuova serie su cui sto lavorando, ma penso che ci sia più me in questa serie e in questi personaggi che in altre cose che ho scritto, e quindi quando l'ho finito mi sono sentito come se stessi dicendo addio ad una parte di me stesso. Ma allo stesso tempo ero consapevole che Mia, come personaggio, significa molto per molti lettori e mi sono anche sentito triste per loro. Nell'ultimo capitolo, il Dicta Ultima, in cui lo scrittore sta parlando al lettore del viaggio a cui ha preso parte, c'è molto di me nei sentimenti di cui sta parlando il narratore. Non è solo il narratore a dire addio, ma ero io a dire addio alla serie. Ricordo di essere stato particolarmente triste quel giorno e io di solito non mi intristisco quando scrivo, ma avevo gli occhi lucidi mentre scrivevo le ultime pagine. Immagino che sia come un genitore si sente quando manda i figli al college, devi dirgli addio in modo che possano entrare a far parte del mondo. Ero contento del libro e del modo in cui la serie è finita, ma ero triste nel dirgli addio. Che per me è inusuale, sono piuttosto freddo di solito.
Non sapevo che sarebbe stato così di successo, no. Quando l'ho pubblicato in America il mio editore non ha speso così tanto nel marketing della serie, mentre in Italia ha avuto un lancio pazzesco, con molti investimento. Il libro è cresciuto nel corso di due o tre anni, grazie ai blogger, a instagram e agli youtuber. È diventato quello che è diventato grazie al passaparola; più di ogni altra serie a cui ho lavorato il successo di questa serie è dovuto ai lettori, alle persone che sono andati dai loro amici e glielo hanno consigliato, alle persone che hanno fatto post su instagram e anche a coloro che sono andati a consigliarlo agli estranei per la strada. Sono in debito con tutti voi e con tutte le persone nel mondo che hanno contribuito a renderlo un successo quindi grazie mille.

“Sapevi già come si sarebbe conclusa la storia di Mia dalla prima stesura del primo libro?”
No. Ci sono due tipi di scrittori al mondo, si chiamano plotters (plot -  trama) e pantsers (fly by the seat of your pants - un modo di dire che fa riferimento a fare qualcosa senza un piano), oppure architetti e giardinieri. I plotter progettano tutto meticolosamente prima di mettersi a scrivere e invece in pantsers vanno dove li porta l'ispirazione. Io sono decisamente uno della seconda categoria. L'analogia che uso di solito è questa: sono in macchina e sto guidando verso la città, vedo la città in lontananza ma non so ancora che strada devo fare per arrivarci. Sapevo che Mia sarebbe morta perché lo avevo scritto all'inizio ma non sapevo bene come e non sapevo chi sarebbe stato il narratore. C'erano tre possibilità e il narratore che avevo pensato all'inizio in realtà è finito a non essere il narratore ma ad essere qualcun altro. Quando le cose sorprendono me in quanto autore ci sono più possibilità che sorprendano anche il lettore. Questa è la parte eccitante del creare qualcosa per me, non sapere bene come le cose andranno a finire. Avevo una vaga idea di come sarebbe finita ma non era molto chiara. Ho scritto tre finali differenti e quello che ho finito per usare è stato decisamente quello meno impressionante. Il terzo che ho scritto era veramente veramente oscuro, dark, e molto triste e nessuno di voi avrebbe mai voluto leggerlo. 
Trovo la storia mentre la racconto, viaggio nel buio diciamo.

“Qual è stato il momento più difficile da scrivere nell’intera trilogia?”
Le scene di sesso. Il che è molto strano, perché mia mamma legge tutti i miei libri e mia moglie è il mio principale critico. Ho cinque persone a cui mando tutti i miei scritti prima di mandarli al mio editor e mi mandano delle note su cosa funziona e cosa no. Mia moglie è la prima a cui mando tutto, per cui mandare delle scene di sesso a tua moglie è strano e non l'avevo mai fatto prima. Non sapevo bene cosa stessi facendo e quando l'ho deciso ho chiesto a mia moglie, che legge tanti romance e tanta letteratura erotica insieme a delle amiche, di mandarmi il Best of di quello che leggono. Poi ho passato praticamente tre giorni seduto in casa mia a leggere pornografia ed è stato veramente strano. 
L'idea che i tuoi amici, tua mamma e tua moglie leggano le tue scene di sesso è strana.

“Luce e Oscurità, due realtà contrapposte che in Nevernight assumono sfumature nuove e particolari. Da dove è nata l’idea di questa battaglia ideologica?”
Immagino che sia un topos fantasy abbastanza classico che la luce venga considerata buona e il buio cattivo e immagino di aver voluto sovvertire questo ordine. Volevo dare a Mia il potere di manipolare le ombre perché mi sembrava che le si addicesse come personaggio, come assassina. Volevo mettere però anche dei limiti a lei come personaggio, per cui lei ha tutti questi poteri ma il mondo in cui vive non ha ombre. Altrimenti sarebbe diventata una specie di Dea e a quel punto solo un altro Dio avrebbe potuto sconfiggerla. Poi probabilmente volevo esaminare l'idea che anche se la luce è associata col bene, in ogni sistema in cui è fuori controllo, è sbilanciata questo porta a troppo controllo dalla parte della luce. Quando le persone che sono in controllo pensano di star sicuramente facendo la cosa giusta è probabile che invece non sia così, che la luce poteva essere corrotta. Volevo mostrare che la vita non è bianca e nera, ci sono delle sfumature di grigio. E che anche le persone sono sfumature, che le cose sono più complicate di come sembrano all'inizio.

“È davvero giusto associare le ombre alle paure che ci portiamo dentro? O, come ci insegna Mia, sono piuttosto un’altra faccia della luce? Quella più densa, il risultato di ferite, dolori, solitudini?”
Nel libro si dice che non esistono ombre senza la luce, e più intensa la luce più sarà oscura sarà l'ombra. Di solito la paura viene associata a qualcosa di negativo che ci ferma, che ci impedisce le cose che vogliamo fare. Ogni tipo di sentimento, che sia la paura, la rabbia o la tristezza, se ce n'è troppo allora ci saranno dei problemi, ma un po' di paura può darci la motivazione giusta per andare avanti. Io sono una persona che si arrabbia molto, ma tendo a focalizzare questa rabbia nella mia creatività, a sfruttare questa mia rabbia per scrivere. All'inizio Mia non ha paura, perché le viene sottratta, ma nel corso del libro capisce che la paura è utile nella vita, che fa parte della vita. Quando amiamo una persona abbiamo paura che scompaia, che se ne vada, quindi fa decisamente parte delle nostre emozioni. Essere vivi significa anche avere un po' paura, l'importante è non lasciarci sopraffare da questa paura.    

“A chi ti sei ispirato per creare il personaggio di Mia e cosa c’è di tuo in lei?”
n realtà non c'è una vera e propria persona, nel mondo reale, alla quale mi ispiro, anche perché quando un autore inizia a descrivere gli amici nei suoi romanzi queste amicizie sono destinate a rompersi, perché in particolare nei miei libri succedono delle cose terribili ai personaggi.
Mia è una combinazione di varie persone importanti nella mia vita: mia madre, mia sorella, mia moglie e alcune amiche. Non sono delle assassine, ma c'è molto di loro in Mia.
C'è anche molto di me in Mia, in particolare direi che è la mia versione teenager femminile. C'è molto di me in come Mia si vede all'interno del mondo, le cose che sono importanti per lei, i suoi problemi, le difficoltà che si trova ad affrontare. Lei è una dura all'esterno, ma dentro ha un lato più umano, più soft, farebbe qualsiasi cosa per le persone che ama, ed io sono proprio come lei nella mia vita. Sembro un po' burbero, ma in realtà sono un orsacchiotto. Mi rivedo anche nel personaggio di Aidan della serie di Illuminae

“Ci hai mostrato in ogni volume una Mia diversa, ma secondo te quale tra i tre volti è quello che le si addice di più?”
Questa è una buona domanda, anche se difficile! Non so se ci sia un vero volto di Mia, un suo vero volto. Sicuramente è diventata una persona migliore alla fine del terzo volume. Ha una migliore comprensione di chi è come persona e di cosa sia l'amore, perché in effetti nel primo libro c'è sì l'esperienza con Tric, ma non so se lei alla fine fosse davvero innamorata di lui. Nel primo libro Mia è concentrata sul suo obiettivo, non sa quale sarà l'impatto delle sue scelte, ma sa che ha una montagna da scalare e non le importa cosa succederà dopo, sa solo che dovrà raggiungere il suo obiettivo. Nel libro tre invece ha una visione più ampia della vita e del suo essere nel mondo; è una persona più equilibrata e sana nel terzo libro rispetto al primo uno, ma non so se quello sia effettivamente il volto giusto di Mia. In ogni libro Mia deve possedere quel determinato volto e diciamo che la cosa che apprezzo di Mia è che non è mai scesa a compromessi, dal primo libro è sempre stata motivata dalla vendetta, dalla rabbia, dall'ingiustizia subita e continua ad esserlo fino alla fine.

“Messer Cortese è uno dei personaggi che mi ha colpita di più, a parte Mia, ovviamente. Ti sei ispirato ad una persona o animale particolare? E perché hai scelto di dargli proprio la forma di un gatto?”
La mia fonte d'ispirazione è stata Emily the Strange. Non so se la conoscete, una ragazzina sempre associata ad un gatto. È un personaggio che ho visivamente associato a Mia: non ho mai letto Emily the Strange, ma ho sempre visto le immagini anche sulle magliette dei miei amici o sugli zaini e quindi ho associato la figura del gatto-ombra al personaggio di Messer Cortese. Volevo creare questo legame con la figura del gatto, nonostante io non sia un fan vero e proprio dei gatti, preferisco i cani, però mia moglie preferisce i gatti. Ho cercato di pensare a come renderlo un personaggio importante per Mia e quindi gli ho dato l'abilità di portare via la sua paura. È un personaggio fondamentale per Mia, una sorta di coscienza, come il grillo parlante di Pinocchio, perché spesso Mia non ha paura delle conseguenze delle proprie azioni. Quindi Messer Cortese è lì per ricordarle di stare attenta, di non fare delle sciocchezze.
Però visualmente l'ispirazione è stata Emily the Strange, perché visivamente era molto interessante.

“Se tu fossi un tenebris, che forma e caratteristiche avrebbe il tuo passeggero? E tra le abilità utilizzate dai vari personaggi tenebris, qual è quella che vorresti padroneggiare?”
Io ho un piccolo Jack Russell, piccolino. E lui è una delle mie cose preferite nel mondo. Si chiama Sam e quando lo porto a passeggio è molto buffo perché è proprio piccolo mentre io sono alto, perciò quando passeggiamo insieme siamo proprio buffi insieme. Tra i personaggi del libro sceglierei Messer Cortese, perché è molto più sensibile e sa consigliare Mia nel momento del bisogno. È più utile avere un personaggio che dice quando si sta facendo una stupidaggine. Eclissi, invece, è un po' come il cane (è basato sul mio cane), sempre entusiasta della vita, ed è quel tipo di personaggio che potrebbe dirti "Andiamo a rubare quella macchina della polizia!", invece Messer Cortese è più saggio e ti avviserebbe che potresti andare in prigione per questa cosa, quindi è sicuramente più sano avere accanto un personaggio così saggio. 


La mia foto con Jay e la mia domanda!
“Qual è il tuo personaggio preferito della serie, a parte Mia? E quale pensi che ti rappresenti di più, sempre oltre a Mia?” 
Il mio personaggio preferito è probabilmente Mercurio. E c'è molto di me in Mercurio. I due personaggi nella storia che hanno più di me, in loro, sono Mia e Mercurio. Mia è me da giovane e Mercurio è me da vecchio. C'è molto di me in lui e come dicevo nel terzo libro la linea inizia ad assottigliarsi tra me come autore e il narratore. Il modo in cui il libro rompe la quarta parete e il lettore è sempre più consapevole di stare leggendo una storia dentro una storia, in questo senso c'è molto di me nel libro e nel modo in cui Mercurio vede se stesso e la sua relazione con Mia. Ma anche nel suo comportamento in generale. Se volete sapere come sarò in vent'anni è Mercurio e se volete sapere com'ero da giovane è Mia. 



“In particolare nella trilogia di Nevernight, ma anche in altri tuoi libri, ti sei mai pentito di aver scritto qualcosa? Se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa nella storia? Come la Rowling che si è pentita di alcune morti”
No, penso di no. Tutte le morti che ci sono nei tre volume hanno un perché, una ragione, sia per motivi per legati alla trama in sé o perché la loro assenza è importante per Mia o per la storia. C'è un personaggio, Cassius, che muore nel primo libro, e molti lettori mi hanno chiesto il perché, visto che era un personaggio interessante e vogliono sapere di più su di lui, ma in realtà lui ha tre caratteristiche: è alto, che ha lunghi capelli scuri ed è misterioso. Se io svelo troppe cose su di lui non è più misterioso, rimane soltanto un tizio alto con i capelli lunghi. Forse non avrei dovuto ucciderlo, magari molti lettori avrebbero voluto che continuasse a vivere e vedere la sua relazione con Mia crescere però in realtà per me era un po' un ostacolo, perché lui aveva tutte le risposte che servivano a Mia, quindi ho dovuto eliminarlo per mandare avanti il libro. Non mi è dispiaciuto averlo ucciso, ma capisco anche i lettori. 


"L'ambientazione in un romanzo fantasy/scifi è molto importante e quella di Nevernight non fa eccezione. Quanto tempo ci è voluto e quali difficoltà hai incontrato per creare questa struttura così particolare?”
Siccome sono un autore che decide le cose mentre le scrive quando sono arrivato al terzo libro non avevo ancora finito di descrivere l'ambientazione. Sapevo che c'erano dei luoghi in cui la storia si sarebbe sviluppato, ma non avevo visitato nella mia mente tutta l'estensione dell'ambientazione.
È un processo che segue il flusso della scrittura, sia per la trama ma anche per l'ambientazione.
Per quanto riguarda invece la struttura politica e religiosa che regola il mondo è stato più facile perché sapevo che stavo traendo ispirazione dalla storia romana e alla sua repubblica, alla dinastia Giulia, quindi per quello avevo un'idea ben precisa.
Sono piuttosto invidioso di quegli scrittori che sin da subito hanno chiaro quello che andranno a scrivere, io non sono così intelligente, anzi a volte mi è persino capitato di cambiare strada: avevo intrapreso dei percorsi e poi alla fine cambiavo idea e mi toccava tornare indietro, dopo essermi reso conto di aver sbagliato e aver preso la strada sbagliata. Nel primo libro ho cancellato 80.000 parole, su 160.000, quindi ho scritto una metà di un altro libro che non ha mai visto la luce. Poi ho deciso di cancellarla perché non mi sembrava utile, ma non è stato un lavoro sprecato perché mi ha aiutato a informarmi sulla costruzione di questo mondo. A volte però quando decidi mentre scrivi finisci per scrivere cose che non ti servono.

"Hai creato la Chiesa Rossa, una scuola molto particolare, quindi come hai avuto l'idea delle prove, delle materie, della struttura della Chiesa. E c'è stato qualcuno che ha considerato disturbante una scuola che insegni a dei ragazzini come uccidere?"
L'idea della Chiesa Rossa è stata molto naturale, sicuramente in un'ambientazione in cui si parla di assassini c'era bisogno di un'istruzione che insegnasse come diventarlo. Ho cercato di immaginare le competenze che dovesse avere un assassino in ambito medievale, ad esempio uccidere velocemente, le abilità con armi, ecc... 
Gli insegnanti riprendono l'arte della scuola e sono presenti in molti libri fantasy, come Il nome del ventoHarry Potter, e la scuola deve riflettere l'atmosfera del libro. In più, la Chiesa Rossa è anche un società segreta e quindi c'è la difficoltà di tutelare chi insegna, perché le competenze che insegnano possono ritorcersi contro gli insegnanti stessi, perciò ho introdotto le regole particolari, come quella di Fedeltà, di Lealtà. 
Per quanto riguarda le opinioni degli altri, in generali tutti hanno concordato che fosse una bella idea, non ci sono state critiche particolari. È un po' come Harry Potter, ma con l'elemento in più del pericolo, quindi in linea con l'atmosfera oscura del libro e mi piace molto che non tutti possano diventare Lame.   

“Quali influenze hanno contribuito a rendere il tuo stile di scrittura così originale e innovativo?”
William Gibson è uno scrittore a cui mi sono ispirato molto stilisticamente, è uno scrittore che usa frasi molto frammentate e a cui mi sono ispirato per il mio stile. Inoltre usa il ritmo della scrittura in modo molto intelligente, perché abbina il ritmo di scrittura al tipo di scena: se c'è una scena con molta azione allora usa frasi più brevi, mentre nelle scene drammatiche si sofferma sulle descrizioni e sui dettagli. È stato un'influenza grandissima per il mio lavoro e il primo scrittore che ho studiato a fondo per formarmi in quanto scrittore. 
Un'altra influenza per me è la musica, oltre che altri scrittori: quando scrivo ascolto sempre la musica, non con le parole perché mi distraggono, ma uso musiche che evochino quello che scrivo. uno dei miei musicisti preferiti è l'italiano Ludovico Einaudi e se stavo scrivendo un pezzo di azione ci abbinavo un certo pezzo musicale, ste stavo scrivendo un pezzo introspettivo cambiavo brano di conseguenza. Anche le colonne sonore dei film, quelle orchestrali: ad esempio quando ascolto la colonna sonora di Avengers so che starò scrivendo una scena movimentata, piena d'azione. 
Le band che ascolto sono un'altra influenza che mi serve, perché le parole di queste canzoni evocano idee che possono essermi utili per la scrittura. Ma non le ascolto mentre scrivo, solo mentre penso alla storia.

“La storia di Mia ha appassionato tantissimi lettori, anche quelli che leggono generi diversi, e credo sia stato per l'intrattenimento fuori dall'ordinario. Il fatto di aver creato un narratore che parla con il lettore è nata come cosa per appassionare lettori diversi?”
No, non era quello l'intento. Quando ho iniziato a scrivere il libro la voce del narratore era molto forte e ho dovuto ridurla. Mi piace comunque l'idea di un personaggio che racconta la storia, e che poi ne faccia parte. Qui le note per me sono fondamentali , perché le uso per costruire il mondo fantastico. Ci sono tre ragioni per cui sono importanti: innanzitutto perché fanno ridere il lettore anche nei momenti meno opportuni, come quelli di alta tensione in cui le note ti fanno ridere perché il momento è terribile. La seconda ragione è che tutti i lettori che leggevo da piccolo e che mi hanno ispirato, come Tolkien ad esempio, in cui l'autore passava molto tempo sul worldbuilding, dedicando pagine e pagine alle descrizioni, cosa che a me piace molto, ma so che non tutti i lettori apprezzano, perciò tramite le note a piè di pagina ho potuto nasconderlo un po', permettendo ai lettori non interessati di saltarle. In terzo luogo, le note danno anche degli indizi importanti, ovvero che il narratore è consapevole di star raccontando una storia, come se il libro stesso fosse consapevole di essere una storia, quindi ho cercato di raccontare la storia che volevo raccontare e non mi sono focalizzato sul cercare di accalappiare lettori diversi, e il narratore l'ho dovuto rivedere strada facendo, perché all'inizio era troppo intrusivo.    

“Tra le tue serie di maggiore successo ce ne sono alcune classiche e alcune scritte a quattro mani. Quali sono le peculiarità di questi due diversi modi di creare una storia? Quali sono state le difficoltà nel passare da una storia come Illuminae a una storia come Nevernight?”
Penso che la differenza principale è che Illuminae è stato scritto per giovani adulti e Nevernight per adulti. Si tratta di due tipi diversi di scrittura, e il fatto che Illuminae sia stato scritto con Amie Kaufman ha cambiato molto le cose, perché io tendo a essere più dark e pessimista rispetto a lei, quindi quella trilogia è il risultato dell'incontro tra questi due modi diversi di vedere il mondo, lein è molto ottimista rispetto a me. Inoltre, il pubblico è diverso: Illuminae è uno ya, mentre Nevernight no, quindi ci sono cose che non si possono scrivere in un libro per giovani adulti, anche se adesso questi limiti sono stati in parte superati, però il tono con cui si scrivere è diverso. Per i giovani adulti non bisogna oltrepassare determinate soglie, mentre con Nevernight sono davvero io che mi racconto, consapevole di poter usare un tono più dark, visto che scrivendo per un pubblico adulto, non devo pensare al tono o ai temi che sto esplorando. Non significa che negli ya non si possano affrontare certi argomenti, ma con Nevernight sono io senza filtri. 
Una volta quando stavo firmando le copie mi è capitato di vedere una bambina di 8 anni con in mano Nevernight, e mi sono spaventato e le ho chiesto dove fosse sua madre, ma in realtà lo stava solo tenendo per sua sorella.   


“Nella traduzione delle tue opere, ti interessi che determinati passaggi mantengano un certo pathos o che comunque trasmettano le tue intenzioni? Qualche fan ti ha mai fatto notare dei -lost in traslation-?
Sì, però bisogna fidarsi dei propri editori: quando viaggio chiedo sempre alle persone che magari hanno letto sia la versione originale che quella tradotta come fosse la traduzione, se ne erano contenti. Ho un gruppo di amici scrittori e ci confrontiamo anche su quali editori abbiano i traduttori migliori perché uno scrittore passa tantissimo tempo a scrivere, ore, giorni e settimane, i libri diventano come figli, e quindi dare i propri figli a uno sconosciuto per la pubblicazione in un'altra lingua è un po' difficile e preoccupante. Però alla fine bisogna fidarsi dei propri editori e scegliere persone a cui importi della storia tanto quanto lo scrittore, e quando ho conosciuto Marco (che è l'editor di Oscar Vault, parte di Mondadori) ho capito dopo cinque minuti che ci parlavo che era la persona giusta, perché aveva la passione giusta da mettere nel progetto, che capiva, e quindi sapevo già che sarebbe stata un'ottima scelta. 

“Come ti sei approcciato alla scrittura? Come hai capito di voler diventare uno scrittore?”
Il processo della scrittura è un processo a cui mi sono approcciato quando avevo circa 12 anni, iniziando a giocare a Dangeons & Dragons. E per chi non ci ha mai giocato è una specie di narrazione di gruppo, sei tu che dici al narratore cosa sta succedendo. Ho poi iniziato a lavorare nelle pubblicità, scrivendo i copioni per gli spot televisivi: in un certo senso raccontavo storie, anche se di 30 secondi, molto corte, però la struttura è la stessa del romanzo, con un inizio, un corpo e una fine, come se fosse un romanzo molto compresso. È stato un grande esercizio per me come scrittore, perché ho imparato a raccontare una storia in 30 secondi. Fatto questo, si è sicuramente in grado di farlo anche in 160.000 parole. Quando tornavo a casa, però, ero stanco per scrivere altro e a circa 35 anni ho iniziato a provare un'insoddisfazione nei confronti del mio lavoro perché stavo sprecando la mia energia creativa cercando di convincere i consumatori a comprare carta igienica o cereali per la colazione, quindi non ero molto soddisfatto, volevo qualcosa che fosse totalmente mio, un ruolo più importante di cui avere anche il controllo al 100%.   

“Visto che i diritti di diverse tue opere sono stati acquisiti per eventuali trasposizioni cinematografiche/televisive... quale personaggio credi che potrebbe rendere meglio sullo schermo? Quale credi sia, invece, il più difficile da trasporre?”
Sicuramente il personaggio più difficile sarebbe quello di  Aidan (da Illuminae) perché ha molti monologhi interni ed è un personaggio molto complesso, difficile da rappresentare perché ha moltissimi pensieri che dovrebbero essere poi esplicitati per lo schermo, sarebbe un passaggio un po' difficile. Il personaggio più interessante che non vedo l'ora di vedere è Mia, soprattutto per i suoi poteri legati alle tenebre e alle ombre, in particolare nel terzo volume quando c'è il verobuio. Stanno facendo delle prove con Piera Forde per la webserie che uscirà tra poco su Youtube e ho visto alcune anteprime e sono molto soddisfatto per l'effetto delle tenebre che non era semplice da rendere, e per Messer Cortese. Non vedo l'ora di vedere l'effetto finale. 

“Ci puoi anticipare qualcosa sulla tua prossima serie che uscirà l’anno prossimo?”
Certo! Sto scrivendo Empire of the Vampire che uscirà l'anno prossimo anche in Italia con Oscar Vault, in concomitanza con l'America: è un po' simile a Nevernight, un fantasy epico molto dark e si basa su un evento veramente accaduto nel 536 d.C., quando c'è stata probabilmente un'eruzione vulcanica che ha causato un esplosione di materia andata nell'atmosfera e che ha oscurato il sole per 8/9 mesi. Questo accadimenti ha causato la morte di raccolti, guerre e carestie. In questo mondo che sto creano i vampiri possono circolare liberamente: Gabriel è il tipico eroe, perché fa parte di un ordine religioso che dà caccia ai vampiri e il libro inizia nel momento in cui deve essere giustiziato perché ha ucciso l'imperatore dei vampiri ed è incaricato di raccontare la sua storia fino a quel momento. È un mix di ispirazioni tratte da Intervista col vampiro (Anne Rice) e Il nome del vento (Patrick Rothfuss). Non so se riuscirò a completarlo per il prossimo anno, ma ci proverò: dopo la tappa in Italia andrò a Praga e li mi chiuderò in casa per un mese a scriverlo. 
Sarà un libro illustrato e quindi ritroverete molte delle scene che leggerete anche nelle immagini. 


Avete letto qualcosa di interessante? Voi che domanda gli avreste fatto?
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